Il dottor Sergio Vesconi ricorda, per riVivere, il professor Luciano Gattinoni, medico e scienziato di fama mondiale, che ha segnato “un prima e un dopo” nella storia dell’anestesia e della terapia intensiva
di Sergio Vesconi
Nel ricordo di Luciano Gattinoni, il primo pensiero che mi viene in mente è il suo fascino magnetico, che si esprimeva sia sul palcoscenico, quando interpretava spiritual e gospel con il suo gruppo, sia nell’attività quotidiana in ospedale, capace di coagulare attorno a sé un ampio gruppo di intensivisti, stimolandoli a far sempre di più e meglio.
Molte cose sono state dette in questi giorni su Luciano, ricordando tutte le principali tappe della sua carriera accademica, i riconoscimenti ricevuti, il ruolo straordinario nel campo della ricerca scientifica e nell’insegnamento.
Desidero qui sottolineare l’importanza di una sua intuizione geniale (il termine può sembrare eccessivo, ma secondo me è appropriato), che ha segnato una svolta nella pratica clinica nel trattamento della grave insufficienza respiratoria acuta (ARDS, Acute Respiratory Distress Syndrome), introducendo lo studio radiologico, in questi casi, del torace, con la Tomografia computerizzata (TC). Questa metodica ha permesso di cogliere la grave disomogeneità delle lesioni del tessuto polmonare, con due significative implicazioni pratiche: la pronazione dei pazienti sotto ventilazione artificiale (ovvero l’esposizione dell’intera superficie dorsale del corpo – come si dice… a pancia in giù – accompagnata da un movimento rotatorio secondo l’asse longitudinale dello stesso), per facilitare l’espansione delle zone polmonari che nella posizione supina sono declivi, e l’adeguamento dei parametri impostati sui respiratori artificiali alla situazione anatomica causata dalla patologia, con una superficie polmonare meno della metà del normale (da qui il termine di “baby lung”, ossia il “piccolo polmone” aperto a fine espirazione). Siamo negli anni ’80, e da allora i concetti di “baby lung”, di ventilazione protettiva e della pronazione rappresentano a livello mondiale principi cardine del trattamento dell’ARDS.
Dopo il pensionamento, ha continuato a lavorare in Germania, presso l’Università di Gottingen, impegnato nella ricerca e nell’insegnamento. Era tuttavia sempre legato alla realtà italiana e mi piace ricordare i suoi interventi in diverse trasmissioni televisive, in collegamento da remoto, durante la fase più grave della pandemia da Covid.
In quelle occasioni, con la sua autorevolezza, ha comunicato messaggi ricchi di buon senso, di fiducia nella scienza e nella sanità pubblica, di doverosa preoccupazione ma anche di speranza, e coraggiosamente volti a far capire, al pubblico, la drammatica realtà vissuta dai sanitari in prima fila, davanti a una malattia mortale, poco nota, allora senza rimedi specifici, con un numero altissimo di pazienti in gravissime condizioni che affollavano i nostri ospedali che non avevano naturalmente le risorse sufficienti per garantire a tutti un adeguato trattamento.
Se pensiamo a Luciano Gattinoni, con il quale ho avuto la fortuna di lavorare per molti anni, proprio agli inizi, ricordiamo che in medicina capita non di rado che ci sia “un prima e un dopo”, e questo è uno di quei casi.
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