Il fantasma dell’organo

Il colloquio con il paziente, anche e soprattutto al di fuori delle “comunicazioni di servizio” scambiate quotidianamente, insieme alla disponibilità a vedere anche con gli occhi del paziente, possono aprire ai sanitari finestre e panorami insospettati. La Presidente di Fondazione Trapianti Onlus, Marina Morgutti, commenta, per riVivere, la singolare “testimonianza ” di un rianimatore della Yale University School of Medicine, dal titolo “The Phantom of the Organ”, pubblicata sul New England Journal of Medicine. 

di Marina Morgutti

Nel numero del 27 giugno u.s. il New England Journal of Medicine (NEJM, 390; 2236 – 2237), una delle più autorevoli riviste mediche (se non la più autorevole per quello che riguarda la medicina clinica), ha pubblicato una “testimonianza ” di un rianimatore della Yale University School of Medicine, dal titolo “The Phantom of the Organ”. Il rianimatore, dott. John Guzzi, prende spunto da quanto accaduto con un paziente appena trapiantato di fegato, con un buon decorso postoperatorio, con il quale, complice una canzone dei Pink Floyd (“The lunatic is in my head”, “C’è un pazzo nella mia testa”) accennata sottovoce dal paziente,  inizia a chiacchierare. Il paziente coglie l’occasione per chiedergli se la donna “che è lì, nell’angolo vicino alla finestra, non è vera, vero?”. Vicino alla finestra non c’è nessuno, ma la descrizione è precisa: “bassa, di mezza età, abbronzata, capelli castani. Silenziosa, ma gentile”, è lì da quando si è svegliato, non lo ha mai lasciato solo. 

Durante la quotidiana riunione di reparto, il decorso del paziente è giudicato più che soddisfacente; ciononostante infermieri, medici, fisioterapisti e anche i parenti riferiscono al dott. Guzzi che il paziente “vede cose”. In realtà non sono “cose”, il paziente vede sempre la stessa persona, rendendosi bene conto che la strana visitatrice non è fisicamente presente, non credendo ai fantasmi ma accettando che “qualcuno” sia presente lì, vicino a lui. Quel “qualcuno” non gli fa paura, non gli dà fastidio, e lui è sicuro che è lì per sorvegliarlo. La prima scontata reazione del medico non può che essere quella di attribuire la “visione” a motivi “organici”, l’effetto collaterale di un farmaco, un delirio postoperatorio, un disturbo da stress. Ma è il paziente a identificarla, con sicurezza: “è la donatrice, sa che ho il suo fegato”, e la sua presenza lo rende tranquillo.

Alla successiva riunione con i chirurghi trapiantatori, uno dei quali ha partecipato anche al prelievo dell’organo, il dott. Guzzi chiede chi era il donatore: “una donna, bassa, di mezza età, abbronzata, capelli castani”. Per quanto la descrizione coincida con quanto riportato dal paziente, questo non persuade il dottor Guzzi, che immaginiamo solidamente razionale, a credere ai fantasmi, o ai morti che ritornano. Guzzi continua a prestar fede al paziente, che vede sì, ma vede una sua creatura. E questa creatura non è altro che il risultato della vita, delle esperienze, delle speranze del paziente. 

Secondo Guzzi, che riconosce di non essere psichiatra o psicologo, ma che dimostra di essere attento anche al rapporto umano con i pazienti (e l’ambiente delle rianimazioni non facilita certo, anche per caratteristiche strutturali e organizzative, questo tipo di rapporto), le nostre menti cercano di tessere fili tra gli eventi della nostra vita  per creare una narrazione. Per il paziente in questione il fantasma dell’organo ricevuto poteva essere il fantasma del proprio vissuto, un modo di rappresentare l’unione tra il suo passato e il suo futuro, forse un modo di rappresentare il sacrificio del donatore e la propria rinascita, entrambi legati al trapianto, o un modo di trovare, con un “fantasma” amichevole che lo sorvegliava amorevolmente, una fonte di conforto nel momento in cui affrontava un’esperienza ignota e pericolosa.

Ciascuno di noi, medico o no, può scegliere un’interpretazione di questa esperienza, secondo la propria religione, i propri principi, il proprio vissuto e le proprie convinzioni, più o meno razionalmente spiegabili. Il “fantasma” può quindi essere un angelo, uno spirito benigno, l’anima della donatrice, lo spirito di sopravvivenza; se compare per assicurare al paziente speranza e tranquillità è comunque benefico e benvenuto. 

E ciascuno di noi, medico, può imparare anche altre cose da questo report, così diverso dai report scientifici a cui siamo abituati: il colloquio con il paziente, anche e soprattutto al di fuori delle “comunicazioni di servizio” scambiate quotidianamente, insieme alla disponibilità a vedere anche con gli occhi del paziente, ci possono aprire finestre e panorami mai sospettati. In questa narrazione, la canzone dei Pink Floyd canticchiata dal paziente e riconosciuta dal medico era l’unico ricordo positivo, in un’infanzia tormentata e difficile, della madre. Forse il “fantasma” non era altro che il bisogno di una protezione che gli era stata negata in precedenza.

A tutti noi, in fondo, al bisogno, farebbe comodo avere “un pazzo nella testa”. E forse, aggiungo, anche conoscere i Pink Floyd.

L’articolo è stato citato e tradotto anche da “Repubblica” il 23 giugno 2024

https://www.repubblica.it/italia/2024/06/23/news/trapianto_organi_donatori_fantasma-423272201/?ref=search

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