E’ l’insieme delle metodiche di preservazione degli organi di natura cosiddetta dinamica, realizzata in modo tale da mantenere artificialmente la loro perfusione con soluzioni protettive.
Dal punto di vista storico, è interessante osservare che questa è stata la prima modalità di preservazione proposta, agli inizi del secolo scorso, da parte di Carrell e Lindbergh (il trasvolatore dell’Atlantico), ma è solo in tempi recenti che questo approccio ha iniziato ad avere una rilevanza crescente, grazie soprattutto agli sviluppi tecnologici.
il mantenimento di una qualsiasi forma di perfusione degli organi consente di limitare uno dei principali effetti negativi della conservazione statica, con il freddo, i danni alle cellule indotti dal brusco passaggio da una condizione all’altra, il meccanismo noto come danno da “ischemia-riperfusione”.
Durante la fase di “cristallizzazione fredda” infatti il metabolismo cellulare, seppur ridotto, continua con l’accumulo di sostanze di scarto che devono poi essere “lavate” quando la circolazione riprende dopo l’impianto dell’organo. Anche il ripristino del flusso sanguigno e della temperatura, pur attuato con la dovuta gradualità, induce una certa quota di danno alla strutture e alla funzionalità delle cellule.
La preservazione dinamica basata sulla perfusione degli organi consente di evitare buona parte di queste conseguenze.
Dal punto di vista tecnico, i sistemi di perfusione funzionano con l’impiego di una pompa che spinge la soluzione di lavaggio nell’albero circolatorio dell’organo collegato con i circuiti della pompa, assicurando quindi un flusso di tipo pulsatile o continuo. Le soluzioni impiegate hanno diversa composizione, con presenza o meno di sangue e globuli rossi. Anche la temperatura può essere modulata (perfusione normotermica o ipotermica), mentre la durata del trattamento può arrivare a molte ore.
La perfusione degli organi può essere attuata con due distinte modalità, nel donatore, prima del prelievo (“in situ”), o dopo il prelievo, fuori quindi dal corpo (“ex situ”), e le due possono essere tra loro combinate in sequenza.
La prima metodica è largamente utilizzata nella gestione della donazione a cuore fermo, per garantire la preservazione degli organi dopo l’arresto cardiocircolatorio, prima del prelievo.
La seconda si applica invece agli organi prelevati e con l’utilizzo di apposite apparecchiature consente il loro trasporto anche su lunghe distanze, con tempi che facilitano la soluzione di problemi clinici e organizzativi, senza effetti detrimentali sulla loro funzionalità.
Sono disponibili sistemi di perfusione per ogni organo, adattati alle specifiche caratteristiche anatomiche e funzionali.
La perfusione “ex situ” permette di mantenere una certa quota di attività metabolica, la valutazione funzionale (per esempio la produzione di bile del fegato isolato), consente di effettuare interventi di riparazione o la somministrazione di farmaci protettivi. Ciò ha anche reso possibile l’utilizzo di organi precedentemente considerati “marginali o addirittura non idonei” e quindi allargare la platea dei donatori e il numero dei trapianti.
I vantaggi della perfusione degli organi sono quindi evidenti e dimostrati nella pratica clinica. I limiti attuali sono rappresentati dalla complessità tecnica e quindi organizzativa, dai costi degli apparecchi, ma soprattutto dalla necessità di impiegare personale qualificato durante tutta la fase di trattamento.