L’espressione “morte cerebrale” (MC) fa esplicito riferimento alla modalità con la quale viene accertata la morte di una persona. Si deve infatti ricordare che la morte è la perdita completa e irreversibile di tutte le funzioni cerebrali, della corteccia (assenza di coscienza e vigilanza) e delle strutture del tronco (riflessi e attività respiratoria autonoma).
In un soggetto con gravissime lesioni cerebrali (primitive, trauma cranico, emorragie, o secondarie), nel volgere di pochi minuti anche l’attività cardiaca si arresta in maniera definitiva, anche se il cuore non è stato coinvolto direttamente, per la totale mancanza di ossigeno. Se il paziente viene sottoposto a manovre rianimatorie, tra le quali la ventilazione artificiale, pur di fronte alla completa distruzione del cervello, l’attività cardiaca può essere conservata anche per prolungati periodi di tempo.
Il soggetto è morto, ma il rifornimento di ossigeno è garantito dalla respirazione artificiale e la circolazione sanguigna permane: si tratta di una situazione del tutto artificiale, resa possibile dall’introduzione negli anni ‘50 delle tecniche di rianimazione.
Ciò ha comportato la necessità di identificare con certezza la morte anche in queste particolari condizioni e definire i criteri e i test clinico-strumentali necessari per il suo accertamento. Dopo anni di intenso dibattito sugli aspetti medici ed etici della questione, nel 1968 sono stati pubblicati i criteri di Harvard per l’accertamento della morte cerebrale, utilizzati quasi ovunque nel mondo fino ai giorni nostri.
Affinché un paziente sia considerato morto, tutte le parti del cervello, compreso il tronco, devono essere prive di attività, pertanto non devono esserci attività respiratoria né movimenti autonomi, e non si devono riscontrare riflessi legati all’attività dei nervi cranici, avendo escluso naturalmente tutti i fattori esterni che possono mascherare il quadro clinico (per esempio, l’ipotermia o la presenza di farmaci depressori del sistema nervoso).
Le modalità pratiche di accertamento variano nei diversi paesi: in Italia questo compito è affidato a un collegio medico formato da un anestesista rianimatore, un medico legale, un neurologo che verificano la persistenza dei criteri (assenza di vigilanza e di coscienza, dei riflessi del tronco encefalico e del respiro spontaneo, di attività elettrica cerebrale, accertata con elettroencefalogramma) per un periodo non inferiore alle 6 ore.
In particolari condizioni, quando non è possibile effettuare un esame completo e nei bambini di età inferiore all’anno, si usano metodiche che confermano la completa assenza di flusso sanguigno all’encefalo.
Una volta accertata la morte del paziente, vengono sospesi tutti i trattamenti in corso.
Importante sottolineare che a distanza di oltre 50 anni i criteri di Harvard mantengono la loro completa validità, confermata in numerose istanze, anche alla luce delle più recenti acquisizioni fisiopatologiche e tecnologiche. (vedi il Position paper del CNT)
Lo stato di morte cerebrale non deve essere confuso con il coma: un paziente in coma, per quanto grave possa essere la sua situazione, è vivo, e all’esame clinico-strumentale non sono presenti tutti i criteri per la definizione di morte cerebrale.
L’introduzione di una definizione certa del criterio di morte cerebrale ha segnato una momento di svolta nella medicina dei trapianti: in queste condizioni infatti non solo è lecito procedere al prelievo degli organi rispettando la regola fondamentale del “dead donor rule” (gli organi possono essere prelevati solo dopo da soggetti morti), ma è anche evidente che il persistere della circolazione sanguigna e quindi della perfusione garantisce per un significativo lasso di tempo la funzionalità degli organi.
Si parla in questi casi di donazione a “cuore battente”: la persona è morta (tutte le funzioni cerebrali sono irreversibilmente perdute), ma il cuore continua a battere in maniera “automatica” e l’ossigeno è fornito dalle macchine.
Il concetto di “morte cerebrale” è controintuitivo, di non facile comprensione e accettazione, soprattutto da parte dei famigliari ai quali viene rivolta la proposta di donazione. Questo è un fattore spesso all’origine di un mancato consenso al prelievo.