La parola caregiver è traducibile letteralmente dall’inglese come “colui che si prende cura”, riferendosi a un familiare, anziano, disabile o affetto da una patologia.
I dati Censis-Aima parlano di 3 milioni e 300 mila caregiver familiari in Italia: sono un esercito formato principalmente da donne (63,4%) che si occupano esclusivamente dell’assistenza ad anziani, disabili, malati cronici e soggetti fragili. In particolare assistono il padre o la madre (49,6%) o il proprio coniuge-partner (34,1%). S’impegnano per una media di 18 ore al giorno, di cui 7-8 ore nell’accudimento diretto e 10-11 nella sorveglianza, per un totale di oltre 7 miliardi di ore l’anno.
Numeri che riflettono il grande ruolo della famiglia nell’accudire i propri malati evidenziando il grande lavoro del caregiver.
Caregiver si diventa per caso, ma in tempi molto brevi si diventa esperto della gestione e della cura della persona cara con necessarie ripercussioni sulla vita personale e lavorativa: il caregiver familiare infatti spesso rinuncia al lavoro o sceglie un part-time per potersi occupare del familiare malato; rinunciando ad un introito che sarebbe importante dato i costi medici elevati.
Una recente analisi Censis-Aima ha evidenziato l’importante ruolo del caregiver familiare nella società. In Italia l’assistenza ad un malato cronico, anziano fragile, disabile o altro ricade sulle famiglie che scelgono di prendersi cura dei propri cari nell’ambiente familiare.
Considerando poi che l’assistenza ad un malato supera gli 11 miliardi di euro di cui il 73% è a carico della famiglia, risulta evidente quanto il valore del lavoro dei caregiver sia ampiamente prezioso in termini umani e di gestione.
È importante quindi, anche nel mondo del trapianto, prendere in considerazione e valorizzare la figura del caregiver: il percorso trapiantologico è sicuramente fra i più complessi e sofferti nella vita di un paziente, ecco perché è essenziale creare una rete di assistenza non solo sanitaria ma anche psicologica per l’ammalato e i suoi familiari.
